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Morte Cardiaca Improvvisa (MCI)

La Morte Cardiaca Improvvisa (MCI)

Si definisce Morte Cardiaca Improvvisa (MCI) quella morte naturale di origine cardiaca preceduta da un’improvvisa perdita di conoscenza in soggetti con o senza una cardiopatia nota preesistente. È responsabile del 10% dei decessi che si verificano ogni anno in Italia e rappresenta oltre il 50% di tutti i decessi causati da patologie cardiache.

Nel nostro Paese, infatti, perde la vita per morte cardiaca improvvisa una persona ogni circa 1000 abitanti; la sua asintomaticità è la causa principale di tali decessi. Si verifica, appunto, un’improvvisa cessazione della funzione di pompa del nostro cuore (Arresto Cardiaco (AC) o Arresto Cardio-Circolatorio (ACC)) che porta inesorabilmente alla morte se non si interviene tempestivamente con opportune manovre rianimatorie.

In Italia, l’attuale tasso di sopravvivenza dopo un arresto cardio-circolatorio è solamente del 2%: ciò è determinato dal tempo di intervento dei soccorritori che, mediamente, si aggira intorno ai 12-15 minuti.

Per la persona colpita da arresto cardiaco, ogni minuto che passa è di vitale importanza: in soli sessanta secondi, infatti, si abbassano del 10% le sue possibilità di restare in vita. Dopo soltanto 5 minuti di tempo, le possibilità di salvezza scendono al 50%. Per questo motivo, oltre il 70% delle vittime di arresto cardiaco muore prima di raggiungere l’ospedale.

La fibrillazione ventricolare e la tachicardia ventricolare senza polso sono le aritmie riscontrabili in circa l’85% dei casi di arresto cardio circolatorio. Durante la fibrillazione ventricolare (FV) i segnali elettrici che controllano l’attività di pompa del nostro cuore diventano rapidi e caotici con la conseguenza che il sangue non viene più pompato al resto del corpo. Quando il sangue non arriva al cervello, si perde coscienza entro pochi secondi. Inoltre, il mancato afflusso di ossigeno al cervello che perdura da alcuni minuti può far insorgere nel paziente danni cerebrali permanenti anche gravi.

Per far sì che non sopraggiunga la cosiddetta morte cardiaca improvvisa o che il paziente non riporti gravi danni cerebrali permanenti, l’unica terapia efficace in questi casi è la defibrillazione precoce, possibilmente supportata da adeguate e tempestive manovre di Rianimazione Cardio-Polmonare (RCP).

 

Chi è a rischio?

Per definizione, la morte cardiaca improvvisa si verifica spesso in persone attive e apparentemente sane; persone, insomma, che non avevano mai manifestato problemi cardiaci o altri problemi di salute. In realtà, non è un evento casuale: la maggior parte delle persone colpite da arresto cardiaco hanno problemi di cuore.

I fattori principale che possono portare alla morte cardiaca improvvisa, sono essenzialmente due:

  • malattie alle coronarie;
  • precedenti attacchi di cuore.

L’80% delle vittime di arresto cardio-circolatorio, infatti, mostra restringimenti o blocchi nelle arterie coronarie, i vasi attraverso i quali viene fornito sangue al cuore. Mentre il 75% delle persone che muoiono di morte cardiaca improvvisa hanno già avuto precedenti attacchi di cuore.

Si possono contraddistinguere, inoltre, un certo numero di segni e di sintomi che possono indicare il rischio di morte cardiaca improvvisa. Essi sono i seguenti:

  • frequenza o ritmo cardiaco anormale (aritmia) da causa sconosciuta;
  • ritmo cardiaco elevato (tachicardia) che viene e va, anche quando non si è sotto sforzo;
  • episodi di svenimento da causa sconosciuta;
  • una bassa frazione di eiezione ventricolare, che si aggira intorno al 40% (è del 55% o più in un cuore sano).

Per chi non lo sapesse, la frazione di eiezione è la misura di quanto sangue viene pompato dai ventricoli durante ogni battito. Le persone a rischio di morte cardiaca improvvisa, in genere, oltre ad una bassa frazione di eiezione, soffrono anche di tachicardia ventricolare.

 

Può succedere in ogni momento

La morte cardiaca improvvisa colpisce chiunque e dovunque: sul lavoro, per strada, nei luoghi pubblici, all’interno di impianti sportivi, alla guida del proprio mezzo di trasporto, ecc…

Ogni anno le vittime di arresto cardiaco superano di gran lunga quelle causate dagli incidenti stradali e quelle causate dall’AIDS. Sono circa 70.000 le persone che ogni anno perdono la vita nel nostro Paese per morte cardiaca improvvisa.

Nell’80% dei casi l’arresto cardio-circolatorio colpisce lontano dalle strutture sanitarie; nella maggior parte delle volte, inoltre, colpisce in presenza di testimoni. In alcuni casi, la morte cardiaca improvvisa sopraggiunge entro un’ora dai primi disturbi, ma spesso,, purtroppo, è istantanea e coincide con il primo sentirsi male.

L’arresto cardiaco, oltre ad essere inatteso ed improvviso, è determinato in prevalenza da un attacco cardiaco/minaccia di infarto. Può avvenire, però, anche in seguito ad un trauma toracico, annegamento, soffocamento, folgorazione elettrica e intossicazione da farmaci o droghe. Non è raro che l’arresto cardio-circolatorio sia strettamente connesso a malformazioni dell’impianto elettrico del nostro cuore evidenziabili con un semplice elettrocardiogramma (ECG).

Come abbiamo già detto, l’aritmia che determina l’arresto cardiaco, e quindi la morte improvvisa, nella maggior parte dei casi è la fibrillazione ventricolare che causa l’arresto immediato della circolazione sanguigna. La vittima perde coscienza e cade a terra priva di sensi. Per un periodo di circa 4-5 minuti l’organismo consuma la sua riserva di ossigeno, poi, se non viene ripristinato il battito cardiaco, gli organi del nostro corpo entrano in sofferenza, a partire dal cervello. Oltre i 10-15 minuti, a seconda dei casi, la morte da apparente diviene definitiva.

 

La catena della sopravvivenza

Come già citato, la morte cardiaca improvvisa da arresto cardio-circolatorio colpisce chiunque e ovunque: uomini e donne, giovani e anziani; ovviamente con diversa probabilità. Molte vittime di arresto cardiaco non accusano sintomi né segni di allarme.

L’unica maniera possibile per ripristinare la normale frequenza cardiaca è quella di erogare un shock al cuore attraverso l’utilizzo di un defibrillatore.

Per prima cosa, quando ci si trova dinanzi a una persona che cade a terra priva di sensi, occorre saper verificare se è prima di coscienza e di respiro; in questo caso occorre chiamare tempestivamente il 118, senza esitazioni. Tanto più precoce sarà la defibrillazione elettrica, tanto più probabile sarà la rianimazione del paziente.

In attesa dell’arrivo dei soccorsi, sarebbe utile ed efficace praticare le manovre di rianimazione cardio-polmonare (respirazione bocca a bocca e compressioni toraciche).

Il sostegno delle funzioni vitali rappresenta la prima fase della rianimazione d´urgenza e consiste nei 3 passi elencati di seguito denominati ABC (dall´inglese Airway, Breathing, Circulation):

  1. controllo delle vie aeree (Apertura della via aerea);
  2. sostegno respiratorio, cioè ventilazione artificiale e ossigenazione dei polmoni (Bocca-bocca o bocca-naso);
  3. sostegno circolatorio, cioè riconoscimento dell’assenza di polso e istituzione della “Circolazione artificiale” mediante il massaggio cardiaco esterno.

L’insieme delle azioni per tentare di salvare una persona colpita da arresto cardiaco prende il nome di catena della sopravvivenza, costituita da quattro anelli tutti egualmente importanti.

  • Il primo anello è l’allarme immediato, cioè la telefonata di chi è testimone, anche occasionale, al 118. La rapidità del soccorso è essenziale. Allertare il 118 rientra nei doveri di ogni cittadino di fronte ad una persona priva di coscienza e che non respira.
  • Il secondo anello è rappresentato dalla rianimazione cardio-polmonare precoce (RCP). Ognuno dovrebbe saper avviare questa manovra in grado di far aumentare le possibilità di sopravvivenza della vittima di arresto cardiaco; inoltre è utile anche in diverse altre condizioni come lo svenimento, l’annegamento, il soffocamento, la folgorazione elettrica e l’intossicazione da farmaci o da droghe.

In molti paesi l’RCP viene insegnata nelle scuole oppure è obbligatoria per avere la patente di guida.

  • Il terzo anello è costituito dalla defibrillazione elettrica precoce per ripristinare il più presto possibile un ritmo cardiaco efficace. L’erogazione dello shock elettrico tramite due placche applicate sul torace è fatta da operatori sanitari, ma anche da “laici” addestrati, autorizzati e dotati di DAE, soprattutto personale dei servizi di sicurezza (polizia di stato e locale, carabinieri, vigili del fuoco, protezione civile, addetti in luoghi di grande affollamento). La manovra viene eseguita secondo le indicazioni vocali emesse dell’apparecchio stesso.
  • Il quarto anello è relativo al soccorso avanzato (ACLS) prestato dal Sistema di Emergenza Medica 118.

Infatti anche se efficacemente rianimata, la vittima deve essere monitorata, stabilizzata e trasportata in ospedale per le ulteriori cure del caso.

L’anello più debole della catena della sopravvivenza è fuor di dubbio il primo, quello cioè riguardante l’immediata telefonata al 118 di fronte ad una persona che cade o si accascia apparentemente priva di coscienza e di respiro spontaneo.
Senza la sensibilità e l’azione immediata di chiunque sia testimone di una morte cardiaca improvvisa, anche il più efficace dei sistemi di emergenza medica e la più fitta ed organizzata rete di DAE non riusciranno ad andare al di là di una percentuale marginale di soggetti efficacemente rianimati senza danno cerebrale residuo. Occorre che l’intervallo di tempo fra l’evento e la chiamata del 118 sia il minore possibile
(intervallo vicino a zero) cosicché il sistema di emergenza e il defibrillatore abbiano a disposizione tutti i 10-15 minuti per apportare un intervento efficace.

Per questo sono sufficienti tre cose:

  1. riconoscere l’assenza di coscienza e di respiro;
  2. chiamare senza indugio il 118;
  3. verificare la presenza di un defibrillatore in zona e di qualcuno che lo sappia usare.

Se tutti avessero la sensibilità di sentirsi potenziali “cittadini salvacuore” si potrebbe raggiungere un risultato favorevole almeno in un caso su quattro.

Questo significherebbe, in Italia, salvare circa 17.000 all’anno.

Attualmente nella maggior parte delle aree italiane la sopravvivenza è soltanto marginale, cioè dell’1-3%.

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