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Piermario Morosini: condannati i medici per non aver utilizzato il defibrillatore

Il 14 aprile del 2012 perse la vita un giovane calciatore del Livorno: Piermario Morosini. A soli 25 anni, fu stroncato da un arresto cardiaco durante la 14ª giornata di ritorno del campionato di Serie B, Pescara – Livorno.

Ieri, 13 settembre 2016, è arrivata la condanna per tutti e tre i medici coinvolti nel caso: Vito Molfese, medico del 118 della città di Pescara (1 anno di reclusione); Manilo Porcellini, medico sociale del Livorno (8 mesi di reclusione); Ernesto Sabatini, medico del Pescara (8 mesi di reclusione).

I tre, imputati per omicidio colposo, sono stati anche condannati, insieme alla Asl di Pescara e alla Pescara Calcio, al pagamento di una provvisionale di 150mila euro. La sentenza è stata pronunciata da Laura D’Arcangelo, giudice del tribunale monocratico, nel processo di primo grado sulla morte del giovane calciatore del Livorno.

La sentenza ha confermato la tesi sostenuta dalla Dott.ssa Cristina Basso, perito nominato dalla famiglia del calciatore, assieme al perito del Pubblico Ministero: qualunque medico presente nel soccorrere Morosini avrebbe dovuto usare il defibrillatore. Perché il defibrillatore, allo stadio Adriaco, quel giorno c’era.

“Se c’è un incendio devi usare l’estintore, anche se poi l’incendio non lo fermi: ma siccome il defibrillatore è anche diagnostico, e non solo terapeutico, a maggior ragione un medico lo deve usare” – ha dichiarato la Dott.ssa Basso, docente di Anatomia patologica all’Università di Padova.

Un ragionamento che fila perfettamente.

Piermario Morisini

Nato a Bergamo il 5 luglio del 1986, Piermario Morosini, amante del calcio e tifoso della Sampdoria, iniziò a muovere i suoi primi passi da calciatore presso la Polisportiva Monterosso, squadra di quartiere della sua città.

Cresciuto nelle giovanili dell’Atalanta, con la quale riuscì a vincere uno scudetto Allievi, nel 2005, a soli 19 anni, già orfano di padre e madre e dopo aver perso anche un fratello disabile, passò in compartecipazione all’Udinese, giocando la sua prima stagione da professionista.

Esordì in serie A il 23 ottobre 2005 durante la partita Udinese – Inter. L’allenatore di allora era Serse Cosmi.

Nella sua carriera di calciatore giocò anche tre partite di Coppa Italia e una di Coppa UEFA, sempre nella stagione 2005-2006, con l’Udinese.

L’anno successivo passò al Bologna, in Serie B, scendendo in campo in 16 occasioni. Nel luglio 2007, riscattato dall’Udinese, passò al Vicenza, sempre in Serie B. Con 34 presenze e un gol, diede un importante contributo per la salvezza della squadra veneta. Al termine della stagione, difatti, il Vicenza ne riscattò la metà del cartellino permettendogli di giocare atre 32 partite.

Nell’estate del 2009 l’Udinese svincolò l’altra metà del cartellino per una somma pari a circa 1,5 milioni di euro. Il 31 agosto 2009, però, venne ceduto in prestito prima alla Reggina, poi, nel 2010, al Padova. Nel 2011 tornò di nuovo in prestito al Vicenza per poi finire, il 31 gennaio 2012 al Livorno.

Come sappiamo, giocò la sua ultima partita proprio con la maglia amaranto, quel maledetto 14 aprile 2012.

La prematura scomparsa

Era il 31-esimo del primo tempo, le 15:31 di quel sabato pomeriggio. Piermario iniziò a barcollare. Tentò di rialzarsi un paio di volte, poi si accasciò a terra mentre la palla era lontana. Entrambe le panchine, avendo intuito la gravità della situazione, richiamarono l’attenzione dell’arbitro che immediatamente sospese la partita.

Un gruppo di persone accerchiò il giocatore a terra. Alcuni compagni piangevano, altri giocatori si disperavano con le mani tra i capelli. Tutti noi sappiamo come andò a finire. Dopo alcuni minuti, bloccata da un’auto della Polizia municipale, entrò in campo anche l’ambulanza. Piermario fu trasportato d’urgenza all’ospedale Santo Spirito di Pescara, dove, però, arrivò già privo di vita.

Alle ore 17:00, il Dottor De Blasi rese noto che “il giocatore era morto a causa di un arresto cardiaco”. Aggiunse, inoltre, che arrivò in ospedale già morto.

Il primario del reparto di Cardiologia, Leonardo Paloscia, volle precisare: “Abbiamo fatto tutto il possibile per rianimare il ragazzo. Ma purtroppo non ha mai ripreso conoscenza”.

Il primo a soccorrerlo, quel giorno, fu Manilo Porcellini, medico sociale del Livorno, che ieri, prima della sentenza, ha reso una dichiarazione spontanea:

“Non dimenticherò mai quello che è successo. Quando Morosini si sentì male, mi trovavo dietro la porta del Pescara perché stavo soccorrendo un altro calciatore, ma mi accorsi subito che si trattava di qualcosa di grave per il movimento innaturale compiuto dal giocatore. Mi precipitai in campo senza attendere che l’arbitro fermasse il gioco e intervenni sul ragazzo che era rivolto a faccia in giù, cominciando il massaggio cardiaco. Poi arrivarono anche il medico del Pescara e altre persone. Si sentivano tante voci, qualcuno mise una cannula nella bocca di Morosini e pensai fossero arrivati gli addetti al soccorso”.

Ma la cosa grave è che accanto al ragazzo riverso a terra, dopo circa 30 secondi, qualcuno (Andrea Silvestre) posizionò un defibrillatore semiautomatico esterno, che nessuno, però, utilizzò.

Il 2 maggio 2016, infatti, a tal proposito, è stato ascoltato Marco Di Francesco, infermiere del 118 in turno il 14 aprile 2012: “Quando arrivai in campo c’erano il medico del Pescara, il Dottor Ernesto Sabatini, e il medico del Livorno, il Dottor Manilo Porcellini. Un defibrillatore semiautomatico esterno era aperto all’altezza della testa di Morosini. Io lo segnalai per ben due volte, ma nessuno lo utilizzò e nessuno mi disse di farlo. Normalmente chi arriva per primo è colui che deve guidare le operazioni”.

Poi ha aggiunto: “Non so chi fosse arrivato per primo quel giorno, ma Porcellini stava eseguendo un massaggio cardiaco a Piermario Morosini. Suppongo, quindi, che fosse lui in quel momento a coordinare l’intervento di soccorso. Molfese stava solo guardando, senza fare nulla. C’era una gran confusione e nessuno dava disposizioni”.

Dopo Marco Di Francesco, il 2 maggio 2016 i giudici hanno sentito anche Andrea Silvestre, volontario della Croce Rossa che quel sabato pomeriggio si trovava a bordo campo.

“Quando entrai in campo con la barella, mi accorsi subito che il giocatore non stava bene. Quindi, per precauzione, andai a prendere il defibrillatore e lo aprii vicino alla testa del giocatore, senza accenderlo”.

Poi, rispondendo a una domanda precisa del giudice, ha aggiunto: “Non sentii nessuno dire che si doveva utilizzare il defibrillatore”.

Circostanze confermate dall’infermiere del 118 Bruno Rossi e dalle volontarie della Croce Rossa Claudia Compagnoni e Alessia Consigli, tutti e tre in servizio quel giorno allo stadio Adriatico.

Il defibrillatore, infatti, venne applicato sul torace del paziente soltanto al Pronto Soccorso di Pescara, ma per il calciatore, oramai, non c’era più nulla da fare.

“Fa rabbia vedere le immagini con il defibrillatore in campo vicino a Piermario Morosini e nessuno che lo utilizza” – ha dichiarato ieri Edoardo Cesari, avvocato di parte civile che ha chiesto anche un risarcimento di 300.000 euro per la sorella disabile del calciatore.

“Per Molfese sono emersi obblighi di responsabilità civile legati al mancato uso del defibrillatore e ai tempi di intervento, ma lo stesso grado di responsabilità va estesa anche agli altri due imputati, Porcellini e Sabatini” – ha continuato.

“In questi casi, le linee guida internazionali prescrivono l’utilizzo del defibrillatore” – ha aggiunto il medico legale, Cristian D’Ovidio.

“Il medico del 118, Vito Molfese, era la persona più qualificata ed esperta di tutti e pertanto avrebbe dovuto utilizzare il dispositivo salvavita presente al momento del malore” – ha poi concluso.

“Se si mette in correlazione l’intervallo di tempo intercorso tra l’arresto cardiaco e il primo shock defibrillante, con le possibilità di sopravvivenza del paziente – hanno dichiarato i periti Cristian D’Ovidio, Giulia D’Amati e Simona Martelloè possibile affermare che, all’arrivo sul posto del medico del 118 le possibilità di sopravvivenza di Morosini erano pari a circa il 70%. Oltre alla presenza del defibrillatore, difatti, va considerata anche la disponibilità di quel giorno di tutti i presidi farmacologici e non necessari alla stabilizzazione del paziente”.

Insomma, le condanne sono arrivate, giustizia è stata fatta (?), ma rimangono tanta rabbia e tanto dolore nel pensare che oggi, Piermario, avrebbe potuto essere ancora qui tra noi.

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